Couloirs d'aprile

   

 

     

 

          articolo apparso sulla rivista  Pareti n.43 marzo 2005                                                                                 

 

Avevo trascorso parte dell’inverno nell’emisfero australe per un lungo viaggio nella Patagonia meridionale, tra immensi campi di ghiaccio e picchi di granito giallo ocra.

Tornato alla fine di gennaio, pensavo  di aver perso ormai  l’attimo fuggente delle cascate di ghiaccio, ma per fortuna mi sbagliavo: quei due mesi invernali si trasformarono in un frenetico rincorrersi di salite, tra cui alcune nuove linee molto interessanti, varie trasferte in terra straniera e una manciata di gradi sei, di quelli “veri” (o così certificati dalle eminenze grigie d’oltralpe). Alla fine di questo forsennato spiccozzare la voglia di ghiaccio iniziava a lasciare il posto a qualche progetto sulla roccia tiepida e invitante della primavera. Quella mattina di aprile ero intento al mio lavoro, contare i camosci sui pendii del monte e cercare di capirne lo stato dai loro movimenti, al termine della lunga inerzia invernale. Il binocolo, dopo aver lungamente inquadrato le evoluzioni dei bovidi alpestri, ineluttabilmente virò verso i ripidi pendii della montagna setacciandone le pieghe alla ricerca di novità. Visto il caldo, non mi aspettavo grandi sorprese, ma le lenti mi fecero approdare sulla bastionata rocciosa che sostiene da sud il Passo Tre Mogge (gruppo del Bernina), una specie di fortezza solcata da una moltitudine di canali verticali sui quali spesso negli anni scorsi avevo visto dei mostri di ghiaccio da lasciare senza fiato.  Il problema è che tutto questo ben di Dio si trova a 3000m di quota, lontano dalle strade e che quei canali sono sì estremamente attraenti, ma anche esposti alle  valanghe e penalizzati dall’esposizione a sud. La vista di una riga ininterrotta di bianco luccicante sulla scura roccia mi fece sussultare. Guardai meglio, da un’altra angolazione; presi il cannocchiale a 35 ingrandimenti: era proprio unita al piedistallo, quella candela là in alto staccata dalla roccia, anche se sembrava paurosamente esile e di lunghezza difficile da valutare. Dopo la candela, una lunga linea bianca appiccicata alla parete rocciosa verticale si perdeva tra le pieghe del canale, impedendomi la vista completa. Quanto poteva misurare quel sigaro ghiacciato? E il ghiaccio nel colatoio arrivava fino in fondo? Impossibile rispondere, il mio punto di osservazione era pur sempre a molti chilometri di distanza in linea d’aria. Ma la mia decisione era presa, si trattava solo di trovare un compagno, scartata la possibilità di affrontare una simile cascata da solo.

Il mio veleno

Un paio di giorni dopo la luce del mattino ci colse ormai alti dal fondovalle, ad interrogarci ancora, armati di binocolo, sulla effettiva consistenza di quel ghiaccio apparentemente molto sottile. Alessio volle partire in testa e si prese cura dei primi 40 metri.  Il sole intanto lambiva il salto iniziale accendendo magnifici colori, ma il rumore prodotto dalle picche era poco invitante ed evidenziava uno strato di ghiaccio cariato e infido che rendeva problematica la chiodatura. Dalla sosta scrutavo perplesso il tratto successivo, che non solo era ripidissimo, ma addirittura sorvegliato alla sommità da una sinistra testa di ghiaccio sporgente, ancorata al corpo da un collo sottile e orlata da una miriade di candeline come capelli di strega. Raggiunsi il mio compagno al riparo di un tetto, a fianco del siluro, completamente appeso all’imbrago, agganciato a due chiodi da roccia non molto rassicuranti. Il secondo tiro era veramente impegnativo e i chiodi, oltre che difficili da posizionare, cattivi: l’ultimo, una volta bucata la sottile corteccia di ghiaccio, aveva trovato una camera vuota. Fui invaso dalla paura di perdere un attrezzo, mi davo mentalmente del presuntuoso per non aver voluto le dragonnes ai polsi. La testa di ghiaccio osservava beffarda… Per uscire da  quella specie di tronco cavo leggermente inclinato verso il vuoto dovetti trazionare sulla braccia. 

M. Sertori candela  I bastioni di Orione

 Ero fuori e al settimo cielo: finalmente avevo  davanti agli occhi il sigaro staccato che mi era sembrato, da lontano, sottile come un fiammifero, ora risaltava maliardo e grasso contro le rocce rosso fuoco dell’antro che lo racchiudeva. Il mio compagno mi raggiunse boccheggiando. “Magnifico! Non ho mai fatto un tiro così strapiombante”. Io non risposi e pensai dentro di me che il ghiaccio non strapiomba mai,se no quando penzola da un tetto,  ma su questo in discesa dovetti ricredermi. La candela staccata non oppose grandi resistenze e ci portò nel cunicolo adagiato soprastante, e alle lunghezze di collegamento sotto i camini di ghiaccio finali. Quello di destra mi sembrava il più attraente e chiesi al mio amico di fare sosta sotto. Per arrivarci, Alessio dovette superare un difficile tratto sguarnito di ghiaccio e con roccia malsicura. Una nebbia fitta  ci avvolse nascondendoci i profili delle rocce circostanti. Mi buttai sull’ultimo tiro cercando di essere il più veloce possibile, perché il tempo forse si stava guastando e si stava facendo tardi. Un ultimo pendio nevoso e toccavamo la sommità di quella fortezza. Ci restò solo il tempo di dare  uno sguardo verso nord e poi via sulle tracce di salita, fino al termine del camino, dove attrezzammo una serie di doppie fino alla base del canale. Quando buttai la corda dall’uscita del secondo tiro mi accorsi che veramente Alessio aveva avuto ragione, il tiro strapiombava e le corde dopo pochi metri penzolavano abbondantemente staccate per un bel tratto, fino all’uscita del primo tiro.  Recuperata l’ultima doppia e messo piede sull’accogliente pendio sotto la bastionata, non potei fare a meno di dare ancora un’occhiata lassù alla misteriosa testa ghiacciata che, anche così lontana, non aveva perso l’aria di severa custode del suo mondo siderale.

 

   

 

Periodo ideale: il colatoio è spesso presente lungo il tutto il corso dell’inverno, anche se la candela staccata si salda al piedistallo con fatica. Le condizioni migliori sono a fine inverno.

Informazioni:. Bollettino valanghe Regione Lombardia : 1678/37077

Svizzera: 0041/848800187  Meteo:  0041/848800162 

Le Carte: Carta Nazionale Svizzera foglio n° 1296 Sciora

 

 

IL MIO VELENO

 

M.Sertori, F.Marcelli e G.Bordoni 2004

 

Difficoltà: V/6

Lunghezza: 400 m

Esposizione: S

Quota: 2650 m

 

Accesso:  il colatoio è ben visibile dall’anfiteatro soprastante

 l’Alpe Fora Superiore e si trova a destra della cascata verticale

 più evidente del settore, la cui parte iniziale è quasi sempre

 sguarnita di ghiaccio. Risalire il grande pendio canale

 sottostante le colate per circa 300 m di dislivello 40/45° fino

al pilastro iniziale. (1,30/2 ore dal termine della strada e

3.30/4 ore da S.Giuseppe).

Percorso: L1 50 m, 6, 40 m verticali su ghiaccio cariato

a sfoglie inconsistenti seguiti da una zona più appoggiata.

Grossi problemi di protezione. Sosta attrezzata a destra

7/8 m sopra l’uscita con chiodi e anello di calata; L2 60 m,

3+, risalto con tratti verticali corti e canale; L3 40 m 5

notevole free-standing, più facile a destra; L4/5/6/7

250 m canale a 40°/45° con brevi risalti ghiacciati

Discesa: in doppia. Solo la S1 è attrezzata su roccia

Note: in apertura (aprile 2004), non è stato possibile

piazzare sul primo tiro protezioni affidabili, se non negli ultimi

10 metri, perché il ghiaccio era formato da sfoglie sovrapposte

, che rendevano precaria la progressione e pressoché

inefficace la chiodatura.

 

 

COULOIR SERTORI/BASTIANELLO(I Bastioni di Orione)  

M.Sertori e A.Bastianello 15/4/2003

Difficoltà:                     V/5+M5 

Lunghezza:                   450m

Esposizione:                 Sud

Quota  :                       2600m

 

Accesso: Milano, Lecco, Colico SS36, poi SS38 direzione Sondrio. Seguire le indicazioni per Sondrio centro e poi val Malenco. La strada sale con alcuni tornanti e diventa  pianeggiante in corrispondenza della  frazione Mossini. Proseguire superando il grande ponte sul Valdone, oltrepassare  la località Prato e in corrispondenza di un tornante a sinistra proseguire  dritti attraverso il ponte  che porta sulla sponda sinistra idrografica. Proseguire in direzione Chiesa Valmalenco (15 km da Sondrio)  e poi fino alla piana di S. Giuseppe. (5 km da Chiesa V.- impianti di risalita in località Barchi. )

Avvicinamento: salire verso la partenza della seggiovia, lasciandola sulla destra e proseguire su sterrata seguendo le indicazioni per il rifugio Scerscen ( al primo bivio a sinistra ). Si giunge ad un gruppetto di case dove la strada presenta una sbarra con lucchetto e in genere non è tenuta sgombra dalla neve. Seguire la rotabile fino all’incantevole piana di Entova. Dopo un lungo tratto pianeggiante, sulla sinistra una deviazione in discesa porta ad una cava. Oltrepassare la costruzione della cava, e proseguire fin dove termina la strada, poco a valle del baitone dell’Alpe Fora  ( 2053m). Contornare il dosso salendo verso nord/est i ripidi pendii meridionali della Sassa di Fora, per entrare nel vallone  sotto la bastionata rocciosa che

sostiene la nevosa quota 3062m ad ovest del Passo Tre Mogge. Individuare due cascate verticali parallele,  molto esposte sulla parete rocciosa, seguite da una bellissima candela staccata. Sono visibili anche i camini verticali finali, molto stretti e incassati. Portarsi nel canale principale e dopo un primo tratto, inizialmente non molto ripido, spesso su resti di valanghe, si è  alla base dell'evidente primo salto posto sulla destra della gola. ( 1,30/2 ore dal termine della strada e 3.30/4 da S. Giuseppe) La linea di cascate è visibile anche guardando in direzione nord  dalla chiesetta di San Giuseppe, ed è possibile, con un buon binocolo, capire se la candela è saldata al piedistallo.

Percorso:  si tratta di una salita molto impegnativa, soggetta a pericoli oggettivi come  caduta di pietre e ghiaccio, che si svolge su di una parete severa. Un ripido canalone porta ad un grande salto verticale ghiacciato iniziale di circa 100m molto aereo, seguito da una splendida candela staccata dalla roccia, che dà accesso alla parte terminale, difesa da un camino ghiacciato ripidissimo.

L1 50m  - 4 – 15m verticali seguiti da una zona più appoggiata. 

L2 60m – 5+ - 35m verticali con ghiaccio complesso (cariato) difficile da proteggere. Uscita strapiombante.

L3 60m – 4+/5 – piedistallo con candela staccata  e canale a salti corti.

L4/5 150m canale stretto a 45°/50°

L6 30m camino ghiacciato 90° /M5 ( è il più a destra  dei tre )

L7/8  100m pendio nevoso

Discesa: in doppia su  chiodi da roccia e clessidre di ghiaccio ( Abalakov ). Alla base del camino finale ( quello più a destra ) chiodo e cordino sulla sponda destra idrogr.- 60m  - chiodo e cordino sulla sponda sinistra.- 60m – chiodo e cordino sponda sinistra. – 60m –  il resto su clessidre di ghiaccio.